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venerdì 8 febbraio 2008

L'Abruzzo Valley non è un'utopia

Su queste stesse pagine, a seguito della sua recente missione istituzionale nella Silicon Valley, epicentro da anni dell'economia della conoscenza, il Rettore, Ferdinando di Orio, ha eloquentemente analizzato questo modello di eccellenza.

La Silicon Valley si riferisce ad un sistema locale non facilmente ripetibile altrove ma, come giustamente afferma di Orio, la volontà di essere creativi ed innovativi può dare vita ad un sistema economico efficiente, prospero, equo e sostenibile. Ma per raggiungere tale obiettivo è necessario che la leadership abruzzese si impegni a realizzare politiche di sviluppo che rafforzino nella nostra regione i fattori comuni a tutte le economie territoriali innovative: delle università sempre più inserite nei processi di sviluppo, pubbliche amministrazioni locali efficienti che promuovono l'innovazione e la progettualità imprenditoriale, un sistema creditizio che sappia maggiormente valutare e sostenere progetti d'impresa, e una classe imprenditoriale che torni alle tradizioni innovative per cui le PMI italiane sono famose: innovazione, cooperazione, e propensione al rischio.

Ciascun fattore sopraelencato importa può fare poco se non accompagnato da una crescente e seria vocazione da parte della classe dirigente a collaborare e confrontarsi solidamente attorno ad un progetto di sviluppo che mette le tre università e gli altri punti di forza già esistente della regione al centro di un obiettivo strategico di sviluppo per tutta la regione.

Inoltre, è necessario che le istituzioni a tutti i livelli, si sforzino di creare una cultura pro-impresa.

Il successo di Silicon Valley (ma anche di Austin, Seattle, e altri distretti americani e nord europei) è culturale. E’ un'apertura all'innovazione intesa non solo come tecnologia, ma come accettazione e apprezzamento del rischio, dell’imprenditoria, di sostegno alla società e alle sue istituzioni e a chi si mette in gioco onestamente.

Questo non vuol dire che tutti devono diventare temerari imprenditori e innovatori. Anzi, se tutti ragionano così diventa impossibile creare imprese di medie dimensioni. Quello che importa è che la società e le istituzioni apprezzino e sostengano gli innovatori.

Anzi, come affermava Jeremy Rifkin ne “Il sogno europeo” possano essere proprio i sistemi di sicurezzza sociale (che stranamente si sente l'esigenza di anglicizzare in Italia come “welfare”) e di sanità pubblica a diventare fattori competitivi nell'economia globalizzata del futuro. Come pure la qualità della vita, sia sul lavoro che nel tempo libero, a diventare punti di attrattività trainante, la California del Nord, Seattle, ma anche Cambridge e Grenoble sono sopratutto posti dove si vive bene – e non solo per l'alto reditto procapite.

Se desideriamo creare i pressuposti per lo sviluppo di reti di business angels abruzzesi e fondi seed capital locali, è necessario iniziare fin d'ora a impegnarsi per coltivare un quadro istituzionale favorevole che riesce a stimolare lo sviluppo e la diffusione di una cultura imprenditoriale abruzzese aperta al rischio.

Come affermava Robert Kennedy: “Solo coloro che hanno il coraggio di affrontare i grandi insuccessi possono ottenere grandi successi.”

di Joshua Lawrence


giovedì 31 gennaio 2008

Un ecosistema imprenditoriale abruzzese

L’Abruzzo, almeno sulla carta, dovrebbe essere terreno fertile per la creazione di nuove imprese nell’economia della conoscenza. Nonostante la presenza di ben tre poli universitari e di numerosi istituti di ricerca, che sono fondamentali alla creazione di imprese della nuova economia della conoscenza, la nascita di start-up, spin-off e l’attrazione di nuovi investimenti diretti, la Regione non sta tenendo il passo necessario per controbilanciare (e superare) le crisi e le dismissioni industriali in atto sul territorio.

È necessario, allora, chiedersi perché l’Abruzzo fa fatica ad accelerare lo sviluppo dell’economia della conoscenza mentre altre regioni europee (in Irlanda, in Spagna, in Finlandia, ecc) ci hanno superato, spesso partendo addirittura da situazioni meno favorevoli.

Gran parte delle motivazioni del loro successo sono riconducibili al fatto che questi paesi si sono imposti una strategia territoriale che punta sui talenti imprenditoriali e professionali, unita ad una visione di lungo termine e, soprattutto, all’impegno ad alimentare un sistema locale che favorisca la creazione e lo sviluppo delle imprese e del loro sviluppo, dimostrando che, nonostante difficoltà sistemiche (e storiche), un territorio può coltivare un buon ecosistema imprenditoriale.

Queste realtà europee, insieme all’esempio più famoso di ecosistema imprenditoriale, la Silicon Valley, insegnano che nella corsa all’economia della conoscenza il fattore trainante è il radicamento di una visione complessiva dell’innovazione, che favorisca la creazione di una nuovo sapere dell’economia e della cultura nel suo complesso, volto a promuovere l’esistenza di un ecosistema di persone, aziende, finanziatori e enti pubblici molto favorevole alle iniziative innovative del territorio e, in modo particolare, alla creazione di nuove imprese.

Un cambiamento culturale in questo senso non è impossibile, nonostante sia radicata l’abitudine di tanti abruzzesi, persino nella classe dirigente, di cercare scuse nelle particolarità storiche della nostra regione per giustificare i suoi ritardi.

Copiare tout court il modello californiano (o finlandese, ecc.) non è né applicabile, né auspicabile. Lo sviluppo e la competizione passano anche e soprattutto attraverso le particolarità, le differenze e i valori identitari, che sono i punti di forza autoctoni.

Alcuni elementi, tuttavia, sono comuni a tutti i territori di successo, e quindi è necessario conoscerli e impegnarsi a realizzarli anche nella nostra Regione:

1) Gli Enti locali dovrebbero snellire le procedure e abbattere le barriere operative per le imprese. Questo non vuol dire “sviluppo a tutti i costi” (un ambiente trascurato o inquinato rende poco attraente un territorio ai talenti e insopportabile a chi ci abita), ma vuol dire l’eliminazione di barriere amministrative inutili o di parte, assicurando invece tempi brevi e certi, oltre a regole chiare e atti trasparenti;

2) Gli “attori” pubblici e privati dovrebbero realmente “fare sistema”. Gli amministratori pubblici, cioè, devono sostenere progetti sinergici per lo sviluppo e che co-finanziano progetti strategici condivisi e attori e istituzioni privati che impegnano energie in proprio. Tutte le istituzioni, dalle organizzazioni sindacali e di categoria fino al sistema finanziario devono agire con una logica di sistema e agganciarci ad un progetto territoriale condiviso .

3) Deve essere promossa l’incentivazione di una cultura a sostengo dell’iniziativa imprenditoriale diffusa nelle istituzioni, nelle imprese, e soprattutto tra la gente. Chi vuole “fare impresa” dev’essere sostenuto, anche moralmente.

4) Deve essere spinto lo sviluppo di reti fondate sull’etica e la fiducia. Va sostenuta in loco la nascita di reti formali e, soprattutto, informali di imprenditori (e di chi contempla diventarne uno) e di investitori locali (reali e potenziali), potenziando frequenti occasioni di incontro tra loro e tutti gli attori che hanno un interesse di creazione di impresa. Va incentivata la presenza di gruppi di business angel (piccoli investitori in start-up) in un dialogo libero e trasparente tra imprenditori e istituzioni: questa sarebbe una garanzia importante per finanziatori e investitori esterni, nella valutazione di dove e come impegnare le proprie risorse.

5) Va rafforzata la promozione dell’identità pro-sviluppo e i punti di forza già esistenti al pubblico locale e soprattutto ai referenti esterni, anche attraverso la comunicazione dell’attività di promozione diretta a potenziali investitori.

Socrate diceva che non importa in che direzione soffia il vento, ma di avere ben in testa dove si vuole arrivare. Così la mèta sarà assicurata.

di Joshua Lawrence